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Opinione del 24/03/2017

Titolo: La formazione nel Piano triennale - Tra verticismo ed autonomia

La Formazione ,nella L.107/15, tra verticismo ed autonomia

 

Il Piano triennale sulla formazione del personale docente , lanciato dal Miur con nota  del 15/09/16 , ci appare ancora troppo intriso di quella logica verticistica che non può appartenere alla comunità scolastica ove collaborazione, condivisione e collegialità costituiscono il nucleo fondante dello stare insieme. E’ un Piano pensato in alto loco e volto, complessivamente, a mortificare l’autonomia della scuola e, quindi, anche quella del Collegio dei Docenti e degli stessi Dirigenti Scolastici. Ciò vuol dire, a nostro avviso, che non si è ancora capita la lezione del 4 dicembre u.s. e si continua sulla strada e con la logica dell’uomo solo al comando che decide per tutti. In altri termini è cambiato, nominativamente, il Governo ma non la politica scolastica almeno guardando al dossier “formazione”. Se l’accordo Governo-Sindacati del 30 novembre u.s. ha un senso compiuto, allora non è più il tempo di atti unilaterali ma occorre riportare una gran parte delle materie ( ed a nostro avviso la formazione rientra in questo campo) alla contrattazione. Se la formazione riguarda il personale della scuola, chi deve decidere  sui contenuti e sulle metodologie attuative? La domanda è , ovviamente, retorica in quanto è indubbio che la scelta debba spettare ai protagonisti e , quindi, al Collegio dei docenti ed alla scuola tutta in base ad una autonomia che, fra l’altro,  e non è cosa di poco conto, è stata riconosciuta come  valore costituzionalmente protetto. Si obietta, dall’altra parte, che, in fondo, i Collegi hanno una vasta area di discrezionalità perché ben 9 sono gli input che il Miur indica a proposito di Piano triennale. E’- ribattiamo- il concetto ad essere sbagliato perché contenuti e metodi formativi non possono essere pre-stabiliti da qualche burocrate ministeriale. Riconosciamo tuttavia che una cosa “buona” è stata fatta e si tratta del notevole incremento dei fondi assegnati alla formazione. Dopo anni di riduzioni imposte da una politica che, a parole, sosteneva la centralità dei processi formativi per la crescita dell’intera nazione ma , nei fatti, la contraddiceva clamorosamente, ora sono state date risorse “fresche aggiuntive”. Nella nostra Regione potremo contare su un badget  più che raddoppiato rispetto agli anni precedenti. E’ cosa buona e doveva essere fatta prima- ma tant’è- se è vero , come è vero, che la formazione  costituisce la cartina di tornasole della professionalità docente. Ma ancora una volta, la “dazione” economica  ci appare e si rappresenta  con un atteggiamento ed una prospettiva unilaterale. I fondi saranno dati  alle scuole polo e da loro, tramite un progetto complessivo, verranno finanziate  le azioni formative concrete. Ma c’è di più. Le scuole che non vorranno partecipare alle reti( e lo potranno fare perché non c’è obbligo al riguardo) non saranno finanziate per cui ci troviamo di fronte ad un vero e proprio “ricatto”. Ci siamo sentiti dire, presso il nostro USR, che se alcune scuole avevano già iniziato processi formativi al di fuori del percorso delle reti, dovevano autofinanziare tale aggiornamento non potendo attingere, per la propria quota, ai fondi del piano triennale. E forse che i Collegi dei docenti, per soddisfare i propri bisogni formativi, dovevano attendere i tempi biblici  ministeriali? Siamo ormai alla fine dell’anno scolastico e solo ora, a Roma, si svegliano e pensano ad una prima “tranche” del Piano formativo che , inevitabilmente, dovrà essere, per questa annualità, ridotta e compressa. Noi pensiamo che la formazione debba partire “ dal basso” e, quindi, dalle scuole in tal modo rovesciando l’impostazione verticistica ministeriale. No alle reti in cui devono confluire le scuole (devono per poter disporre dei fondi), sì alle reti che vengono costruite, dal basso,  a seconda dei bisogni delle scuole, ognuna portatrice del proprio badget. Questa procedura consente il pieno dispiegarsi dell’autonomia scolastica e del sacrosanto principio dell’autogoverno delle scuole. Va da sé che se tali aggregazioni non potessero avvenire per divergenze sul piano formativo, allora ogni scuola dovrebbe comunque entrare in possesso  della propria quota finanziaria ed autogestire il proprio piano formativo. Noi pensiamo che il Miur abbia commesso errori anche nella predisposizione della famosa “card” da 500 euri.  L’intento era nobile al di là delle aporie già riscontrate nella fase della preparazione “concettuale” dell’iniziativa e di cui già abbiamo discusso in passato  per cui non ci torniamo sopra. Questa volta critichiamo la burocratizzazione di tutta l’operazione attraverso una procedura complicatissima che, evidentemente, non ha incontrato il favore dei docenti. Ci sarà pure un motivo se, ad anno scolastico che volge al termine, meno del 40% dei docenti si è registrato in piattaforma per poter utilizzare e , quindi, spendere i soldi della card. Non pensiamo che i docenti siano una massa di “tardivi digitali” che rinunciano “alle spese” perché impreparati da un punto di vista informatico. Pensiamo piuttosto che l’ambaradan burocratico li abbia scoraggiati e messi, per così dire, in “standby”, in attesa di tempi migliori. Ma anche la formazione di cui alla Direttiva 170/16, che chiama in causa gli Enti accreditati(tra cui anche la nostra Confsal-form) è appesantita da una forte cifra di burocrazia in cui  non poteva mancare la solita piattaforma digitale che ormai sembra la panacea di tutti i mali. Senza quella , ormai, non si può neppure …..(omissis).  Noi pensiamo che quando il legislatore attribuì l’autonomia alle scuole, ritenesse le stesse “maggiorenni” e , quindi, soggetti a cui dare fiducia ed a cui attribuire responsabilità decisionali. Non ci sembra che le cose siano andate così, anche a livello di formazione. Ci viene in mente una vecchia “battuta” del Prof. Romei che, parlando appunto di autonomia scolastica, diceva che lo Stato si comportava come quel padre che, orgoglioso del proprio figlio adolescente, gli attribuiva  “la paghetta” in quanto lo riteneva soggetto responsabile salvo poi, la sera, al rientro a casa, fargli un quarto grado e chiedere un puntuale resoconto sulle spese sostenute. E’ evidente, allora, che in questo caso non si trattava di autonomia la quale comporta, appunto, fiducia ed attribuzione di responsabilità. Come evolveranno le cose lo scopriremo “solo vivendo” ma è indubbio che, in noi, non può che essere coltivata la speranza che ha due bellissimi figli: lo sdegno ed il coraggio. Passato il primo, deve prevalere il secondo per un reale cambiamento del nostro sistema scolastico


 
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